Riepilogo generale sulle buone ragioni per votare Sì (da “l’Unità”)

renzi_referendum_-kw3e-u1090801094245bcc-1024x576lastampa-itI vantaggi immensi della riforma costituzionale

L’Italia oggi è un’anomalia istituzionale. Siamo l’unico Paese al mondo nel quale due Camere pressoché identiche devono votare la fiducia al Governo. Questa non era l’idea iniziale dei nostri padri costituenti: l’intenzione era quella di differenziare nel tempo i poteri del Senato, rendendolo una camera di rappresentanza dei territori. Non è stata casuale la scelta iniziale dell’Assemblea Costituente di dare una durata diversa alle due legislature (5 anni alla Camera e 6 al Senato).

In seguito alla riforma costituzionale del 1962, però, voluta fortemente dalla Democrazia Cristiana, la durata delle due legislature è stata equiparata: è cominciata qui la stagione del bicameralismo perfetto, che rende difficile la formazione di governi sostenuti da maggioranze stabili. In Italia non è mai stato facile costituire un governo (129 governi in 150 anni e 63 governi negli ultimi 70 anni di Repubblica, per una durata media di un anno e 3 mesi). La presenza di due camere che hanno gli stessi poteri, quindi, rende ancor più difficile dare al Governo un indirizzo politico, dal momento che la loro composizione è differente: sia perché solo gli over 25 votano al Senato, sia perché le leggi elettorali di Camera e Senato sono diverse tra loro. La Costituzione prevede infatti che il Senato venga eletto su base regionale.

Due Camere identiche, inoltre, rendono più farraginoso e lento il processo legislativo: il tempo medio che occorre ad una legge di iniziativa parlamentare per essere approvata dal Parlamento è di 507 giorni. Questo ha comportato un eccessivo protagonismo dell’esecutivo nella legislazione, a partire dagli anni 80: circa l’80% delle leggi approvate oggi è frutto dell’iniziativa legislativa del Governo, che – grazie a strumenti come i decreti legge e la fiducia – riesce ad accelerare l’approvazione delle leggi (durata 175 giorni circa). Questa eccessiva presenza dell’esecutivo nel processo parlamentare svilisce il ruolo delle Camere, peggiora la qualità delle leggi e, più in generale, della nostra democrazia, anche perché il Parlamento si è spesso ritrovato ad approvare decreti urgenti di cui a malapena conosceva il contenuto.

Con l’introduzione di questo bicameralismo differenziato, il 95% delle leggi verrà votato soltanto dalla Camera dei deputati, la quale sarà l’unica camera che determinerà l’indirizzo politico del Governo. Il Senato, invece, rappresenterà gli enti locali e avrà competenze limitate (leggi costituzionali, legge elettorale, ordinamento, valutazione direttive dell’Unione Europea, minoranze linguistiche, etc.) e svolgerà un ruolo di controllo sull’operato della prima camera e del Governo.

Per limitare il protagonismo dell’esecutivo nella legislazione, inoltre, il nuovo articolo 77 regolamenterà lo strumento dei decreti leggi, inserendo tempi certi e il principio di omogeneità e specificità del testo, per evitare che nel decreto legge vengano inseriti interventi slegati dal tema del decreto.

Il secondo pilastro della riforma è basato sulla riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, già rivisto nel 2001, con l’introduzione delle competenze concorrenti tra Stato e Regioni su moltissime materie (commercio con l’estero, ordinamento sportivo, professioni, previdenza, ricerca, protezione civile, alimentazione, porti e aeroporti etc.): con le competenze concorrenti, lo Stato stabilisce i principi e le Regioni elaborano la legislazione di dettaglio.

L’introduzione delle competenze concorrenti ha intasato la Corte costituzionale di ricorsi dovuti ai conflitti tra Stato e Regioni: prima del 2001 riguardavano il 5% dei casi di cui si occupa la Corte, attualmente ammontano al 45%.  La presenza delle competenze concorrenti, inoltre, ha diminuito per lo Stato la possibilità di elaborare piani strategici in diversi settori: dall’utilizzo dei fondi europei, ai grandi piani infrastrutturali ed energetici, alla pianificazione nazionale del turismo (perché mai un operatore straniero dovrebbe investire in un Paese con venti legislazioni regionali differenti?), fino ad arrivare alle norme che riguardano la Pubblica Amministrazione. È interessante sapere che, in alcune materie su cui lo Stato avrà competenza esclusiva (disposizioni generali e comuni per le politiche sociali; sulla tutela della salute sul governo del territorio; sull’istruzione) lo Stato detterà disposizioni generali e comuni: quindi potrà decidere fino a dove spingersi con la legislazione, mentre le Regioni avranno competenza residuale sulle parti non normate: questo significa che le Regioni continueranno a occuparsi su queste materie, però non potranno più farlo in competizione con lo Stato, come avviene attualmente.

Pur sembrando in apparenza centralista, la riforma, in realtà, valorizza le amministrazioni virtuose. Da un lato, tutte le Regioni avranno nel Senato la possibilità di confrontarsi con lo Stato e di partecipare alla produzione legislativa, potendo esprimere pareri su tutte le leggi e partecipando con voto vincolante all’approvazione delle leggi fondamentali, valutando le politiche dell’Unione europea e svolgendo un’azione di controllo sull’operato del governo. Dall’altro, grazie alla riforma dell’art. 116, ci saranno moltissime materie che potranno diventare di competenza esclusiva delle Regioni, qualora esse siano in equilibrio di bilancio: avranno la possibilità di avere autonomia anche nella sanità, nell’istruzione, nel commercio con l’estero e in altri campi). Questo significa che l’autonomia verrà concessa in una vera ottica di sussidiarietà, con una formulazione che intende responsabilizzare gli amministratori locali.

La riforma costituzionale ambisce a migliorare la macchina statale, anche introducendo principi come l’equilibrio di genere nelle modalità di elezione delle Camere (art. 55), la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza (art 118). Si parla per la prima volta, poi, di definire con legge dello Stato indicatori di costo e di fabbisogno nella Pubblica Amministrazione (art. 119): questa norma genererà enormi risparmi per le casse dello Stato, limitando una crescita spropositata della spesa pubblica dovuta all’inefficienza dei centri di acquisto della pubblica amministrazione. I risparmi potenziali offerti dalla riforma ammontano a diversi miliardi di euro.

Se il referendum di domenica approverà la riforma, ci saranno esecutivi più stabili, quindi, maggiore affidabilità dell’Italia agli occhi degli investitori internazionali. Semplificazione e tempi certi per il processo legislativo e, quindi, leggi migliori e la politica che torna al centro. Coordinamento unico su temi strategici e, quindi, possibilità di attuare strategie di lungo respiro in settori come energia, infrastrutture e turismo, senza i veti onnipresenti di chi chiede investimenti per il Paese ma non li vuole nel proprio giardino. Non dobbiamo, però, dimenticare anche i risparmi che otterremo subito con l’approvazione della riforma. Secondo l’autorevole analisi dell’ex commissario alla spesa pubblica Perotti, questi ammontano a 161 milioni di euro: la riduzione dei senatori (da 315 a 95 + 5) e l’abolizione delle indennità genereranno un risparmio di 131 milioni di euro; l’abolizione del CNEL di 3 milioni; la riduzione dei compensi dei consiglieri regionali e l’eliminazione dei contributi ai gruppi regionali 27 milioni.

Con la vittoria del SÌ otterremmo, dunque, vantaggi immensi, che potrebbero essere negati soltanto in malafede. Votando SÌ, il Paese dimostrerà di avere quel coraggio che ormai gli manca da decenni, mettendo in discussione lo status quo e rinnovando le istituzioni, anche a costo di scontentare qualcuno. Qualunque partito realmente interessato a governare e ad essere in grado di affrontare le grandi sfide del presente desidererebbe un sistema istituzionale più funzionale ed efficiente, come quello proposto da questa riforma. Fate il possibile per diffondere il contenuto del testo sul quale ci esprimeremo domenica: è molto difficile che chi la conosce davvero decida di votare NO.

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