Non è la riforma perfetta, ma è comunque un passo avanti. Ecco perché voterò Sì (da “l’Huffington Post”)

Filosofo, liberale

Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Qui io porto il contributo di chi, pur essendo critico sull’esperienza di governo di Matteo Renzi, domenica andrà a votare con convinzione per il Sì. Che questa fosse la scelta migliore me ne sono persuaso in verità diversi mesi fa, molto prima che la campagna elettorale assumesse i toni aspri e gli aspetti a volte surreali di questi giorni. Me ne sono persuaso per una questione di metodo e per una di merito.

Come metodo, ritengo infatti che i quesiti referendari, ma soprattutto quelli concernenti i temi costituzionali, vadano tenuti assolutamente separati dalla politica intesa nel senso stretto, e peggio partitico, del termine. Che vadano quindi giudicati nel merito, al contrario di come invece sta ora avvenendo. Giudicare il referendum in modo autonomo, obiettano in molti, significherebbe ignorare la questione delle conseguenze del voto: politiche, economiche, sociali.

In una parola, significherebbe essere irresponsabili. Ora, a parte il fatto che se il referendum deve ridursi ogni volta a un ansioso test elettorale, esso non ha più senso e tanto varrebbe eliminare proprio l’istituto; a parte ciò, dicevo, la questione è che l’etica della responsabilità è sì doverosa, ma esiste anche una responsabilità specifica che abbiamo in questo caso. Una responsabilità verso il Paese, prima di tutto. Possiamo, detto in poche parole, permetterci ancora di non fare certe riforme, ovvero di non iniziare un cammino che da sempre è stato individuato come necessario?

Ecco, perché il punto è proprio questo, a mio avviso: questa riforma è il punto di approdo, parziale e provvisorio, di un percorso storico iniziato tanti anni fa. E, nonostante le imperfezioni e le contraddizioni, si muove nella direzione giusta, quella cioè da sempre auspicata. Detto altrimenti: la storia della riforma della nostra Costituzione è vecchia quanto la Costituzione stessa: sin da subito si capì infatti che nella Carta il principio di governabilità era del tutto sacrificato rispetto a quello della rappresentanza.

Il fatto è che, generalmente, i costituenti avevano paura di una “deriva autoritaria” che allora, dopo venti anni di fascismo, forse aveva un senso, ma non certo oggi. Anche se più in generale il problema fu per loro anche quello di evitare che qualcuna delle forze costituenti, tanto diverse fra loro, potesse prendere il potere e escludere in via definitiva le altre. Il problema della riforma se lo cominciò a porre già De Gasperi nella prima legislatura, come è noto, ma nulla se ne fece né allora né dopo.

Ora, questa riforma che porta il nome di Maria Elena Boschi si propone finalmente il problema della decisione politica, superando la dispersione del potere che è il tratto distintivo del nostro sistema politico così come è stato di proposito delineato nella Costituzione formale del 1948, come ho appena detto, ma come ancor più si è determinata a opera della partitocrazia e della pratica consociativa degli anni a seguire.

Una vera e propria deriva assembleare che oggi non possiamo più permetterci e a cui la riforma rimedia:

  1. con il rafforzamento dell’esecutivo (che significa anche sua responsabilizzazione, da una parte, e maggiore capacità di controllo democratico, dall’altra),
  2. con la semplificazione e velocizzazione dell’iter legislativo.

Lo fa nel modo più giusto possibile e in maniera chiara? Certo che no. Si poteva fare meglio? Ovviamente sì. Chi così obietta dimentica tuttavia, da una parte, che nelle cose della politica per fortuna non esiste la perfezione, e soprattutto, dall’altra, che il testo è il frutto di passaggi e mediazioni parlamentari. Si potrà senza dubbio rimediare in futuro. L’imperfezione vale per tutte le leggi: per evitarla, restando nel gioco democratico, bisognerebbe stare immobili.

È un’alternativa? L’importante è poi che non solo non si stia fermi, ma si vada avanti nella direzione giusta. Sarà poco, ma in democrazia è tanto. E tanto di più lo è in un caso di immobilismo da manuale quale è quello che, attorno ai problemi costituzionali, si è creato con gli anni in Italia.

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