Il bipolarismo psicologico: il Sì è ottimista, il No pessimista (da “l’Unità”)

unita32_20160629174304934-e1467214947381-755x515Alla fine, si vota sulle due narrazioni di Renzi e di Grillo

Stasera scenderà sull’Italia il silenzio elettorale – anche se, c’è da giurarci, sulla Rete sarà rumorosissimo – e, proprio come accade al calar del sole, c’è un po’ di tempo per riflettere sulla giornata appena trascorsa e per immaginarsi quella che verrà.

E’ stato detto che questa è la campagna elettorale più brutta di sempre, la più violenta e la più esagerata, se non la più ridicola. D’accordo, è grottesco accusare la riforma di innescare una “deriva autoritaria”, o paventare l’uscita dell’Italia dall’euro nel caso di una sua bocciatura: ma le campagne elettorali sono sempre esagerate, ridicole e violente, e lamentarsene scandalizzati fa parte del rituale preelettorale, tanto quanto l’orgia dei sondaggi (che vengono scrutati compulsivamente, salvo subito precisare che non valgono nulla) o la simulata preoccupazione per il “Paese diviso” – dimenticando che le votazioni si fanno precisamente allo scopo di dividersi, contarsi e poi decidere.

Al netto della retorica, dei rituali e delle sciocchezze, e al netto anche del merito della riforma – a proposito: di merito si è parlato molto, su entrambi i fronti, imponendo agli elettori chissà quanto entusiasti un corso accelerato di diritto costituzionale: e questa è una buona cosa –, l’aspetto simbolico che più colpisce nell’appuntamento referendario di domenica sta proprio nella semplicità, e nella radicalità, dell’opzione sottoposta al voto – Sì oppure No.

E cioè un’affermazione – la più ampia, le più indefinita fra tutte – contrapposta ad una negazione – la più radicale, la più esclusiva.

Il Sì è un’apertura, il No è una chiusura: il primo apre un ventaglio ampio, e potenzialmente infinito, di possibilità; il secondo ostruisce, sbarra, resiste.

Dire di sì – assentire – significa dichiararsi pronti a ciò che verrà; dire di no – negare – vuol dire ripiegarsi su ciò che già c’è.

Il punto, qui, non è l’esaltazione aprioristica e pregiudiziale del “nuovo” (perché è verissimo che nuovo non significa di per sé migliore), ma l’atteggiamento, la tonalità emotiva, la predisposizione nei confronti del futuro.

In altre parole, l’ottimista dice Sì e il pessimista dice No.

Che entrambi abbiano le stesse possibilità di aver ragione non è qui importante: quando si sceglie, quando si guarda al domani, quando si immagina il futuro nessuno sa veramente che cosa accadrà. La scommessa che facciamo si basa certo sul ragionamento, sull’analisi dei fatti, persino sull’indagine empirica: ma la spinta decisiva a scegliere – proprio perché non sappiamo veramente che cosa accadrà – ci viene dal nostro stato d’animo, dalla nostra temperatura emotiva, dal nostro carattere.

Ciò che vale per gli individui vale anche, entro certi limiti, per le comunità, i gruppi e l’intero corpo elettorale. Il referendum di domenica chiama i cittadini a votare su un nuovo assetto istituzionale, più snello, più efficiente e meno costoso: ma mai come in questa occasione il cuore dello scontro – simbolico, e dunque politico – è fra ottimismo e pessimismo, fra fiducia e paura, fra speranza e delusione.

Di questo, del resto, hanno parlato in questi anni le due narrazioni egemoni: quella renziana ha sempre puntato sulla fiducia nel futuro, sulla capacità di rialzarsi e ricominciare, sull’ottimismo della ragione e della volontà, sulla possibilità di cambiare e migliorare; la narrazione grillina, al contrario, ha giocato tutte le sue carte sulla delusione, sulla rabbia, sul crollo della fiducia negli altri e nel “sistema”, desolatamente giudicato compromesso per sempre e ormai inemendabile.

Di questo bipolarismo simbolico, sentimentale e culturale si occupa il referendum di domenica: di questo rende conto alla politica e a noi stessi. E’ come se sulla scheda ci fosse scritto: “Sei ottimista?”

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